Il nodo gordiano

Il caso dell’oncologo napoletano che sceglie di farsi operare a Milano ha acceso un vivace dibattito dividendo (udite, udite) l’opinione pubblica e facendosi spazio tra le news dei principali quotidiani nazionali: se un medico non crede nel servizio sanitario che lui stesso contribuisce ad offrire ai cittadini, allora noi comuni mortali (i cittadini, appunto) a chi potremmo mai appellarci? Come spesso succede, al sensazionalismo dei titoloni da prima pagina hanno (fortunatamente) fatto seguito spiegazioni meno allarmanti: a Napoli, argomenta il diretto interessato, abbiamo fior di medici, ma a Milano investono maggiormente sulla tecnologia robotica. “Una possibilità in più che ho scelto di sfruttare”. Questione risolta? Niente affatto, perché se quella del dott. Marfella può essere ascritta a pieno titolo nell’alveo delle più che legittime scelte personali, la notizia in sé è stata un’ottima occasione per tastare il polso del nostro SSN: viviamo davvero in un Paese spaccato a metà? Non me ne voglia la buonanima del conte di Cavour, ma la tanto sofferta unità d’Italia è ancora un sogno nella mente dei più, soprattutto quando parliamo di Sanità. Il triste identikit del nostro sistema salute descrive infatti un Paese in cui coesistono, l’una accanto all’altra, realtà profondamente diverse tra loro a cui si legano possibilità (diagnostiche, assistenziali e terapeutiche) profondamente dissimili. Non parliamo poi (ma dovremmo farlo) delle innovazioni tecnologiche a disposizione dei cittadini, ovvero del cuore di tutta la faccenda. Se la salute è un diritto di tutti, non dovremmo avere, tutti, il medesimo accesso alle tecnologie che concorrono a garantircela? Ad essere onesti di passi avanti in questa direzione ne stiamo facendo molti ed è convinzione sempre più diffusa che la tecnologia debba essere vista come un investimento e non letta come una mera voce di spesa, ma dobbiamo essere realisti e ammettere che da qui ad una omogeneizzazione del sistema di strada da fare ne abbiamo ancora parecchia. Del resto i dati recentemente forniti dall’Osservatorio sulla Salute delle Regioni Italiane curato dall’Università del Sacro Cuore parlano chiaro: tra le regioni italiane resistono ancora oggi aspettative di vita differenti e inique possibilità di accesso alle cure (anche se il nostro SSN, sottolineano i ricercatori, resta uno dei migliori al mondo). Le ragioni di questa diseguaglianza sono ascrivibili a molteplici fattori, ma concentriamoci sugli effetti ed in particolare su come sia possibile colmare l’aspetto tecnologico di questo distacco. L’innovazione, si sa, costa molto e non tutti possono permettersela. Da questa affermazione, apparentemente banale (ovviamente la capacità di acquisto è direttamente proporzionale ai proverbiali cordoni della borsa) consegue però una disparità di trattamento che non stento a definire ‘inaccettabile’ in un sistema che si pone come garantistico per tutti i suoi cittadini indipendentemente (sarebbe implicito, ma è opportuno sottolinearlo) dalla propria area di residenza. Quella che si genera è infatti un’ingiustizia sociale che realizza una società in cui le capacità economiche personali fanno la differenza. Ora, abbiamo due strade per superare questo gap: la prima è attendere la fine della situazione contingente (la crisi) ed il conseguente foraggiamento del sistema sanitario e la seconda è prendere il toro per le corna. Rischiare. Spendere di più e investire in tecnologia, e nel futuro di tutti noi. Quello che ci si para innanzi è quindi un proverbiale nodo gordiano, un’empasse dalla quale si esce, solo, con un intervento drastico e risoluto. Buona lettura.